Acquaresima

di Roberto Pirruccio - 3 Marzo 2009 | Cronaca, Guerra

Si avvicina finalmente un “tempo forte” della tradizione cattolica, la Quaresima. E siccome in questo periodo c’erano proprio mancate le bizzarrie clericali, arriva un fecondo appuntamento per rinvigorire un po’ la lista.

Questa è la notizia:

A Modena il vescovo Benito Cocchi, con l’appoggio di Azione cattolica e degli scout dell’Agesci, lancia il No-sms day: rinunciare ai “messaggini” tutti i venerdì di Quaresima. Per “tornare a comunicare, invece di komunikare”.

E così accade anche in altre diocesi italiane. A Rivoli (TO) distribuiscono drappi neri per oscurare i televisori di casa, a Trento addirittura hanno stilato un calendario delle astinenze (un giorno la macchina, un giorno gli mp3, un giorno perfino l’egocentrismo!).

Modena si distingue particolarmente per la sua vocazione umanitaria; pare infatti che l’iniziativa sia mossa da un fondo di consumo intelligente: in Africa, ma specialmente in Congo, il mondo razzia da tempi immemori i giacimenti minerari, finanziando piuttosto direttamente le innumerevoli e sanguinose guerre civili. Le maggiori organizzazioni mondiali, compresa l’Onu con le sue risoluzioni di facciata, hanno più volte esortato le multinazionali (il caso Bayer è il più eclatante) a ridiscutere la loro partecipazione ai genocidi statali e parastatali di cui si rendono complici.

Ecco: secondo il vescovo Cocchi, essendo i telefoni cellulari un prodotto realizzato in gran parte con tali minerali, digiunare per 24 ore dall’invio di un sms può avere un suo perché in tutta questa faccenda.

Io sono molto amico di Feuerbach e credo nell’attualità del concetto “l’uomo è ciò che mangia”, adattabile anche al di fuori della questione spirituale. E cioè: la nostra coscienza di consumatori determina la nostra essenza. E’ un passaggio molto diretto: se compro un pallone Adidas e la Adidas fa cucire i palloni ai bambini malesi, allora io sono inequivocabilmente un alleato di Adidas nello sfruttamento del lavoro minorile e ne appoggio in pieno i metodi.

L’animo ancestralmente macchiato di sangue della nostra civiltà, responsabile di tutti quei disastri che oggi accoratamente pensiamo di poter rattoppare con questa o quell’altra idea gentile, ha sempre avuto un minuscolo latente senso di colpa. Ce lo sentiamo addosso, ma non così tanto da aver voglia di intervenire seriamente. Piuttosto, appunto, poiché siamo troppo impegnati a correre dietro ai nostri personalissimi affaracci, preferiamo espiarci di tanto in tanto e lavarci la coscienza con delle artificiosissime buone azioni costruite ad hoc per farci stare meglio.

E’ il principio di Telethon, una delle cose più vergognose e ripugnanti che avessimo mai potuto concepire. Cioè una strada facile e confortante per sedare, periodicamente, la nostra cecità di fronte al male che abbiamo fatto alla Terra, con una comoda donazione di 2 euro dalla poltrona di casa nostra. O, in questo caso, cullarsi nell’idea che sospendere per un giorno le proprie abitudini sia un atto salvifico e redentore.

Ecco a cosa serve tutta questa mobilitazione: a lavarsi le coscienze per alleggerire quel fardello insostenibile e insopportabile che è il senso di colpa, dal quale saremmo altrimenti sommersi. Signor vescovo, signori vescovi: alzate il telefono e dite al vostro Papa che i conflitti sanguinosi come quello del Congo finiscono - o si autodeterminano - esattamente quando chi le ha scatenate dall’esterno fa un passo indietro. E per quale strano equilibrio morale e caritatevole la Chiesa Cattolica non si sente in dovere di promettere la scomunica irreversibile a chiunque imbracci un kalashnikov o si metta alla guida di un cacciabombardiere?

Prima di affermare la superiorità del tradizionalismo sul progresso tecnologico e affrontare tematiche planetarie con questo candore, si dovrebbero fare meglio i conti con la storia e con le priorità e le convenienze politiche delle comunità di cui si fa parte.

Comments

Comment from Tommy David
Date: 3 Marzo 2009, 17:57

La penso esattamente come te. Però, per altri versi, la vedo ardua uscire dal cruento sistema. È un’ingiustizia verso l’altro il nostro stesso vivere.

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