Tangentopoli non è mai finita
Io in questa Italia ho sempre meno dubbi sulla parte che merita il mio appoggio. In questo clima turpe, oggi, nel 2009, sfogliando un giornale online generalista [1], trovo ancora il nome di Mario Chiesa, arrestato per aver incassato delle tangenti nell’ambito dello scandalo rifiuti. La memoria, anche se allora avevo 6-7 anni, me la sono costruita a posteriori. E mi
vola a Tangentopoli, quando lo stesso signore fu “la chiavetta di accensione” (parole di Di Pietro) per scatenare il terremoto nazionale di Mani pulite [2].
Non saprei nemmeno dove cominciare, se dovessi citare tutti i picchi di porcheria e inumanità che siamo riusciti a raggiungere. Craxi che cerca di nascondere con un fazzoletto rosso la montagna di sterco in cui naviga il PSI, il disgustoso democristiano Forlani che dichiara “non ricordo” con la bava alla bocca in diretta sulla Rai, Berlusconi che, non ancora formalmente in politica, intima a Indro Montanelli di “sparare a zero sul pool” dalle pagine del Giornale. E il Parlamento che nega l’autorizzazione per il processo a Craxi, che il giorno prima aveva ammesso di aver incassato mazzette e pretendeva addirittura di farsi rieleggere presidente del Consiglio. E Falcone che salta in aria. E la lotta della politica contro Di Pietro e la sua squadra per screditarne l’operato, Comunione e Liberazione che interviene per cercare di distruggerlo. La Lega Nord che diventa un partito dell’8% cavalcando l’onda del “Roma ladrona”.
E non riesco a fermarmi nell’elenco dello schifo, se non per capire che oggi, quando la nuova classe di scuola piduista, capeggiata da Berlusconi, si è finalmente ricostituita nel grande Popolo della Libertà, e gli stessi nomi di 20 anni fa, responsabili addirittura di stragi mafiose, sono tutti lì a dividersi la torta. Nello stesso, identico modo di 20 anni fa.
In questo contesto oltremodo più disastroso, poiché appunto non ci sono nemmeno i presupposti di fantasia per un’operazione rivoluzionaria come quella, io so dove devo e dove voglio stare. E non sarà di certo la parte che più mi ha deluso, quella “sinistra” che si
paventa vicina alla gente e non sa più parlare manco coi propri figli. E non sarà di certo quello scarabocchio brodoso chiamato PD, senz’anima e inciucione, né il clone di Forlani che di nome fa Casini.
Non c’è più spazio per parlare di giustizia sociale, di miglioramento della qualità di vita, di riforma delle istituzioni, di rilancio dell’economia, quando viene a mancare ogni minima fiammella di legalità. Io penso che, in quest’Italia di 20 anni fa, l’unico modo per uscirne è rafforzare lo stesso uomo che ci fece vivere la speranza, ovvero Antonio Di Pietro.
Prendetela come una dichiarazione di voto sfacciata. Ma io sono sempre più convinto che, pur non sentendomi integralmente parte di un progetto politico, mi sento parte di una battaglia. Mi sento di far parte di un lato dell’Italia - che invece non è affatto unita. E con la quale non mi sento di dividere nulla. Penso che questa battaglia possa essere condotta con forza e con incisività, oggi, solo appoggiando Di Pietro e le persone che, con le loro singole ed encomiabili coscienze, stanno scegliendo la sua strada (Luigi De Magistris, Carlo Vulpio, Sonia Alfano…). Altrimenti? Altrimenti niente, non abbiamo nient’altro.

E così accade anche in altre diocesi italiane. A Rivoli (TO) distribuiscono drappi neri per oscurare i televisori di casa, a Trento addirittura hanno stilato un calendario delle astinenze (un giorno la macchina, un giorno gli mp3, un giorno perfino l’egocentrismo!).
Entusiasmo per una grande vittoria dello Stato nella martoriata terra di Calabria. Leggo su Repubblica.it del 2 marzo: